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  • Nascere per rinascere

    Nascere per rinascere

    Nascere per Rinascere

    Cerchio di Respiro e Costellazioni Familiari Alchemike

    Ci sono momenti in cui non serve comprendere con la mente.

    Serve tornare al corpo, al respiro, all’origine.

    Nascere per Rinascere è un’esperienza intensa e trasformativa che unisce il lavoro sul respiro consapevole e le Costellazioni Familiari Alchemike, creando un cerchio di presenza, ascolto e verità.

    Il respiro, guidato da Anna Maria Ricci, accompagna il corpo ad aprire spazi profondi di memoria, sciogliere tensioni antiche e creare le condizioni per un nuovo nascere, più autentico e radicato.

    All’interno del campo delle Costellazioni Familiari Alchemike, condotte da Claudia Maria Ricci, ciò che è rimasto nell’ombra può emergere, le dinamiche invisibili trovano forma e l’anima può ritrovare il proprio posto, in un movimento di riallineamento e trasformazione.

    È un tempo dedicato a chi sente il bisogno di attraversare una soglia:

    lasciare andare ciò che non serve più, riconoscere le proprie radici, aprirsi a una rinascita possibile.

    Un’intera giornata per rallentare, respirare, ascoltare.

    Un’esperienza da vivere, più che da spiegare.

    💛 Conducono: Claudia Maria Ricci & Anna Maria Ricci

    📅 Domenica 8 febbraio

    🕤 9.30 – 18.30

    📍Dimora del Ki G.s. – Via Lampredi 5, Livorno.

    📞 Prenotazioni WhatsApp:

    Anna Maria 351 599 1968 | Claudia Maria 328 259 0348

    💫 Evento per associati – posti limitati

  • Radici di dolore e memoria: il trauma storico tra generazioni. Il trauma e la storia, il contributo della Dott.ssa Patrizia Giorgi

    Radici di dolore e memoria: il trauma storico tra generazioni. Il trauma e la storia, il contributo della Dott.ssa Patrizia Giorgi


    Domenica scorsa ho concluso la Formazione in Psicogenealogia Junghiana e Costellazioni Psicogenealogiche® di e con la Dott.ssa Maura Saita Ravizza, dove ho avuto il piacere di conoscere anche la Dott.ssa Patrizia Giorgi,
    psicologa psicoterapeuta e associata a Psicologi per i popoli dal 2023, un’organizzazione di volontariato composta da professionisti della psicologia dell’emergenza e urgenza, accreditata presso il Dipartimento Nazionale della Protezione Civile.


    L’articolo che segue, dal titolo “Il trauma e la storia” – Produciamo storia collettiva e dalla storia collettiva siamo modellati – è stato scritto proprio da lei come contributo di Psicologi per i Popoli sez. Toscana che riflette sulle profonde dinamiche bio-psico-sociali dei traumi collettivi storici e culturali. Un tema fondamentale per comprendere come la storia e il trauma influenzino le nostre vite e quelle delle generazioni future. Vi invito a leggerlo e a riflettere insieme su queste preziose considerazioni. Pubblico il suo contributo con l’assenso verbale e scritto alla pubblicazione dell’autrice, per contattarla personalmente qualora sentiate l’esigenza di uno scambio o altro potete scriverle qui: patriziaandrea@libero.it

    Buona lettura.

    Anna Maria

    Il trauma e la storia

    Produciamo storia collettiva e dalla storia collettiva siamo modellati


    Psicologi per i Popoli sez. Toscana, propone una riflessione sulle dinamiche bio-psico-sociali dei traumi collettivi storici e culturali

    A gennaio scorso partecipando ad un incontro di formazione sulla cooperazione internazionale, un collega pose a tutti i partecipanti la seguente domanda: come possono gli psicologi diventare promotori di pace?

    Crediamo che la risposta a questa splendida domanda, stia nella nostra possibilità di comprendere e far conoscere le dinamiche psicologiche collettive che alimentano i conflitti, la violenza, l’odio, il pregiudizio e la paura dell’altro.

    La diffusione di questa cultura, di questa comprensione è uno dei presupposti (non l’unico) del dialogo e della possibilità di tolleranza reciproca.

    Un’altra considerazione si lega alla precedente: sappiamo bene che chi ha subito traumi e violenze, se non riesce ad elaborarli tende a riprodurli, in una circolarità senza fine.

    Questo avviene a livello di famiglie, di gruppi, di popoli. La storia contemporanea nella sua drammatica evidenza ci mette davanti a una serie di eventi che parlano, a nostro parere, di come, ad esempio, i traumi della seconda guerra mondiale non siano stati elaborati e pacificati a sufficienza, in nome del ritorno alla normalità, alla vita, e se questo è stato conveniente a livello politico ed economico, se ne è trascurato l’aspetto psicologico collettivo.

    Gli eventi umani appaiono così complessi che occorrono più discipline insieme per tentare di avvicinarsi alla loro comprensione : economia, storiografia, geopolitica, antropologia, sociologia e psicologia come una delle chiavi di comprensione dell’esistente.

    Possiamo esplorare questi territori attraverso vari percorsi : la psicotraumatologia, lo studio dei traumi a livello intergenerazionale e transgenerazionale, gli sviluppi attuali dell’epigenetica. Un ramo della psicoanalisi transgenerazionale (soprattutto francese) e l’orientamento sistemico relazionale hanno studiato e studiano le dimensioni multigenerazionali del trauma che certamente sono di enorme complessità e pongono a noi tutti sfide culturali di grande portata a cui sarebbe vano sottrarsi. A nostro parere per fare questo la psicologia deve esprimersi anche sui grandi temi contemporanei in modo tale che la cultura psicologica possa cambiare il modo in cui tali temi vengono comunemente guardati. La psicologia conosce la specificità dei processi di memorizzazione in situazioni traumatiche e questo comporta una grande responsabilità nei confronti della vita umana a livello individuale e collettivo.

    Chiariamo intanto cosa si intende per traumi storici: intendiamo eventi drammatici che hanno coinvolto migliaia di persone e che hanno avuto un impatto traumatico su ogni singolo individuo. Quando le persone sono in presenza di sconvolgimenti brutali del mondo ordinario, che scatenano sentimenti generalizzati di insicurezza, di prossimità con la morte, di perdita di certezze familiari, disorientamento spaziale e temporale, possiamo ipotizzare che abbiano subito un trauma. Questo effetto traumatizzante si rinnova nel tempo e non tende a estinguersi. Il trauma psichico è la conseguenza di un evento drammatico che non si è stati in grado di elaborare con i consueti meccanismi di difesa e che può provocare una dissociazione della coscienza con conseguenze più o meno gravi e persistenti e sappiamo ormai che ciò che non è stato elaborato, si ripete per trasmissione intergenerazionale e transgenerazionale nella vita dei discendenti. Per alcuni si mettono in moto processi che definiamo resilienza, ma per molti altri gli effetti permangono nel tempo. Possiamo ipotizzare un trauma storico quando le generazioni che ci precedono sono state coinvolte in eventi passati particolarmente tragici (guerre, eccidi, stermini, catastrofi naturali ecc.) che hanno influenzato in modo drammatico le loro vite. Il concetto di trauma storico fino a oggi è riservato a cataclismi creati dall’uomo: guerre, purghe, massacri, genocidi, stermini. Laddove è lesa ed umiliata la dignità umana ad opera di altri uomini. Ci sembra che il concetto di trauma storico contenga questi due aspetti, la storia delle vittime e la storia dell’umanità fin nei loro fondamenti. Inoltre alcuni eventi come le guerre e gli eccidi, eliminando il divieto dell’assassinio, degradano ancora di più la condizione umana, mostrando la forza devastante delle nostre tendenze distruttrici. Le migrazioni di massa dovute alla miseria che obbliga le persone a lasciare la propria terra e i propri cari sono ormai considerati traumi storici, traumi costituiti da microtraumi relazionali ripetuti che si accumulano silenziosamente nel processo di sviluppo: si crea un’atmosfera traumatica pervasiva, la fatica psichica che compromette profondamente la capacità resiliente di un soggetto anche adulto di affrontare la “catastrofe”. (Maura Saita Ravizza 2018).

    Conoscere i traumi storici e ambientali è importante per dare senso a comportamenti e sensazioni inspiegabili nei discendenti di coloro che li hanno subiti o agiti. I membri di una collettività sentono di essere stati sottoposti ad un evento orribile che ha lasciato tracce indelebili sulla loro coscienza di gruppo e che ha segnato per sempre le loro memorie, cambiando la loro futura identità in modo fondamentale e irrevocabile.

    A questo proposito la scienza sta lavorando attorno all’ipotesi sempre più fondata che i traumi si possono ereditare : oltre ad alcune specialità della psicologia, che abbiamo citato prima, anche alcune specializzazioni della biologia, come la ricerca genetica ed epigenetica lavorano attorno a tale tematica.

    La ricerca contemporanea sta sempre più evidenziando come le esperienze traumatiche e stressanti vissute da genitori e ascendenti possano plasmare la salute e il benessere delle generazioni successive. Da sempre si ipotizza che esista una trasmissione inconscia tra genitori e figli che poi a loro volta la tramandano ai loro successori. Inoltre la teoria dell’inconscio collettivo di Jung ritiene che siamo portatori anche delle memorie dei nostri antenati. L’epigenetica sta confermando queste intuizioni.

    Possiamo citare ad esempio, gli studi epigenetici, ma non solo, sui discendenti degli internati in campo di concentramento, sui profughi da zone di guerra e i loro discendenti, sui profughi da situazioni di carestia e fame e sulla ricaduta di tali esperienze traumatiche nelle generazioni successive in termini ad esempio di una particolare tendenza a fenomeni di depressione e/o ansia. Alcuni studi hanno dimostrato nei topi che il trauma modifica piccole frazioni di materiale genetico e che questa alterazione si può trasmettere per tre generazioni. Infatti anche il metabolismo dei piccoli era alterato come quello dei genitori con livelli di insulina e zuccheri nel sangue inferiori alla media.

    Nel 2014 al Brain Research Institute di Zurigo si è dimostrato per la prima volta che le esperienze traumatiche influenzano il metabolismo a lungo termine, che i cambiamenti indotti sono ereditari e che gli effetti del trauma ereditato sul metabolismo e sui comportamenti psicologici persistono fino alla terza generazione.

    Negli Stati Uniti nel 2005 uno studio condotto dal Mount Sinai Hospital di New York sui sopravvissuti della Shoa ha analizzato i profili genetici di 32 ebrei deportati e dei loro discendenti evidenziando alterazioni epigenetiche, segni nel DNA dei figli, rapportabili al trauma vissuto dai progenitori. In particolare i figli dei sopravvissuti avevano ereditato un’alterazione nella produzione del cortisolo, ormone coinvolto nel metabolismo e nella risposta allo stress, e questo li rendeva più vulnerabili a disturbi metabolici.

    Un’analisi pubblicata recentemente(Mulligan 2025) su tre generazioni di rifugiati siriani(131 persone, 48 famiglie) dimostra metilazioni di DNA situate presso geni coinvolti nella regolazione dello stress, potenzialmente influenzando la capacità di gestire lo stress e le relazioni.

    Un altro dato rilevante emerso dallo studio riguarda l’accelerazione dell’età epigenetica nei bambini esposti prenatalmente al trauma relazionale. Questo suggerisce che il trauma materno ha un impatto duraturo sullo sviluppo biologico del feto, potenzialmente aumentando il rischio di problemi di disregolazione emotiva e difficoltà relazionali in età adulta Mulligan e collaboratori hanno dimostrato che adulti e bambini siriani testimoni diretti di violenze negli anni 80 e dopo il 2011 presentavano segni epigenetici distintivi in alcune regioni del DNA.

    Nel caso di una donna che aveva assistito ad episodi di violenza negli anni 80, queste marcature erano ancora presenti nella figlia e nei nipoti.

    In altre parole sembrano rilevabili firme epigenetiche di un trauma attraverso tre generazioni di umani in un disegno di ricerca controllato, per quanto il meccanismo preciso di trasmissione non sia ancora del tutto chiarito. Esistono ricerche precedenti sui sopravvissuti olandesi alla carestia durante la seconda guerra mondiale e quella in Ucraina a seguito della carestia pianificata da Stalin tra il 1932 e il 1938 che uccise milioni di persone, lavori che hanno suggerito che la prole portava cambiamenti epigenetici che aumentavano le loro probabilità di essere sovrappeso e sviluppare diabete più avanti nella vita. La violenza può quindi lasciare un’impronta biologica duratura.

    Non è comunque ancora chiaro se queste modificazioni abbiano un impatto diretto sulla salute o siano biomarcatori di esposizione. Per quello che ne sappiamo fino ad adesso il genoma umano non cambia nel corso della vita ma l’ambiente e le esperienze, anche quelle traumatiche possono modificare i meccanismi che controllano l’espressione genica : in questi casi la sequenza del DNA viene modulata da piccoli gruppi chimici che in posizioni specifiche accendono o spengono l’espressione di determinati geni. La trasmissione intergenerazionale del trauma implica che eventi avversi come guerre, carestie, violenze di vario tipo lascino un’impronta biologica sui discendenti attraverso modificazioni epigenetiche, in particolare la metilazione del DNA. Gli studi hanno dimostrato che le variazioni epigenetiche possono essere trasmesse alle generazioni future ma questo non significa che siano permanenti, sono in linea di principio reversibili e dinamiche, possono essere modificate e sfumate, visto che subiscono l’influenza di fattori ambientali, stili di vita, fattori relazionali. Tali variazioni possono rappresentare una drammatica eredità ma anche aiutare gli esseri umani ad adattarsi agli ambienti futuri. In sintesi l’epigenetica getta una luce profonda, multigenerazionale, biologica e corporea sui traumi ma offre anche un quadro dinamico e potenzialmente modificabile dell’espressione genica. Da questi studi, ancora da chiarire e approfondire, risulta comunque quanto sia necessario sviluppare interventi mirati per le popolazioni a rischio (rifugiati, vittime di violenza ecc.), interventi che diano maggior valore all’azione positiva piuttosto che alla vittimizzazione e riconoscano la resilienza delle vittime. Il concetto di memoria traumatica introduce la possibilità di parlare dei vinti in un modo diverso da quello della loro disfatta.

    Servono politiche che promuovano percorsi di guarigione e empowerment: passare da “vittimismo e vulnerabilità” ad “azione e adattabilità”.

    Le manifestazioni collettive relative ai traumi di massa e il loro impatto sulla società sono aree di indagine scientifica da non trascurare e il trauma va compreso in un’ ottica allargata che tenga in considerazione il contesto sociopolitico. La forza distruttiva del trauma può essere trasmessa alle generazioni successive in un processo transgenerazionale con effetti collettivi continuativi (traumatizzazione secondaria). (Sironi F. Violenze collettive. Saggi di psicologia geopolitica clinica- Feltrinelli 2010).

    Siamo convinti che al di qua e al di là del trauma, sono imprescindibili almeno tre generazioni per costruire e modellare il profilo di un essere umano. La nostra nascita non è solo il prodotto dell’unione di un ovulo e uno spermatozoo, e della dotazione genetica che le è propria, bensì siamo eredi e messaggeri, o portavoce del desiderio genitoriale e dei suoi divieti, siano essi espliciti oppure inconsci ed è attraverso di essi che si trasmettono i codici e i mandati del linguaggio e della cultura. Dal punto di vista psicologico il trauma collettivo si trasforma in memoria collettiva e culmina in un sistema di significato che consente ai gruppi di ridefinire chi sono e dove stanno andando. Per le vittime il ricordo del trauma può essere adattivo per la sopravvivenza del gruppo, ma anche innalzare la minaccia esistenziale, che spinge alla ricerca di un significato e alla costruzione di un sé collettivo transgenerazionale. Ricavare un significato dal trauma è un processo continuo che viene continuamente negoziato all’interno dei gruppi e tra i gruppi ed è responsabile del dibattito sulla memoria. Il termine trauma collettivo si riferisce alle reazioni psicologiche a un evento traumatico che colpiscono un’intera società, non riflette semplicemente un fatto storico, il ricordo di un evento terribile. Suggerisce che la tragedia è rappresentata nella memoria collettiva del gruppo e, come tutte le forme di memoria, comprende non solo una riproduzione degli eventi, ma anche una continua ricostruzione del trauma nel tentativo di dargli un senso. La memoria collettiva del trauma è diversa da quella individuale perché persiste al di là della vita dei diretti sopravvissuti agli eventi, ed è ricordata da membri del gruppo che possono essere lontani nel tempo e nello spazio dagli eventi traumatici. Quindi la memoria collettiva di eventi traumatici è un processo psicologico e sociale dinamico, dedicato principalmente alla costruzione di significato. Ne deriva che il trauma è sì un evento distruttivo, ma anche un ingrediente insostituibile nella costruzione del significato collettivo. I gruppi di vittime possono assumersi la funzione di mantenere viva la memoria del trauma e di portare le generazioni successive a incorporarlo nel loro sé collettivo (Kai Erikson 1976 .)

    Il trauma può contribuire alla creazione di una narrativa nazionale, un senso di identità. Il trauma collettivo d’altra parte mina il senso di sicurezza fondamentale con effetti di lunga durata tra le seconde e le terze generazioni di sopravvissuti : a livello sociale questi manifestano una accentuata paura individuale e collettiva, sentimenti di vulnerabilità, orgoglio nazionale ferito, umiliazioni, una crisi di identità e una predisposizione a reagire con maggiore vigilanza alle nuove minacce, tanto che il dolore delle generazioni passate viene confuso con le minacce che incombono sulla generazione attuale. Questi effetti del trauma sulla costruzione del significato collettivo possono aumentare con il passare del tempo perché l’attenzione della memoria si sposta dalla dolorosa perdita di vite umane alle lezioni a lungo termine che i gruppi traggono dal trauma. Una funzione primaria delle memorie collettive è quella di creare e mantenere l’identità sociale : la storia ci fornisce narrazioni che ci dicono chi siamo, da dove veniamo e dove dovremmo andare. Definisce una traiettoria che aiuta a costruire l’essenza dell’identità di un gruppo. Gli irlandesi commemorano le ribellioni contro gli inglesi; i coreani portano con sé le cicatrici dell’oppressione giapponese; i bosniaci non potranno mai cancellare le atrocità di Srebrenica; e l’eredità dell’Olocausto è quella di non dimenticare mai. Questi ricordi di vittimizzazione ci dicono che il ricordo doloroso del trauma è adattivo per i gruppi in quanto su un primo livello promuove una vigilanza che può migliorare l’effettiva sopravvivenza del gruppo ripristinando un senso di efficacia, su un livello più profondo il ricordo del trauma e la minaccia esistenziale a esso inerente motivano il desiderio di costruire significato attorno all’esperienza di un’avversità estrema. In questo processo di creazione di significato viene messo insieme un sé collettivo transgenerazionale, un’identità storica autotrascendente che fornisce un senso di continuità tra membri passati, presenti e futuri del gruppo. Lasciare andare il trauma è quindi sconveniente e costoso : è come abdicare al significato collettivo e contro questa minaccia le società si mobilitano per mantenere vivo il trauma come lezione dal passato al futuro. Il ricordo degli eventi dolorosi può favorire una prospettiva postraumatica paranoica e paralizzante, ma può anche stimolare la crescita attraverso il significato derivato dal trauma, significato che enfatizzi resilienza e capacità di riabilitazione del gruppo (Collective Trauma and the Social Construction of Meaning – G.Hirschberger). Sappiamo che i traumi psicologici personali o sociali cui non si da udienza si ripetono nel segno della distruttività, per questo deve avvenire l’elaborazione del lutto, senza tale processo si rischia di rimanere intrappolati in un eterno presente in cui i vissuti di perdita, abbandono, annientamento e pericolo vagano alla ricerca di strade, il più delle volte le stesse e tanto più disfunzionali quanto più inconsapevoli, per trovare la loro voce. A volte le vittime si identificano col nemico, nel tentativo di padroneggiare il lato traumatico di esperienze ripetute e mettersi dalla parte del più forte nella fantasia di sentirsi al riparo dal male, dall’insonnia, dai ricordi e dalla distruttività che invade le persone traumatizzate.

    I traumi collettivi sono più difficili da definire di quelli individuali e tuttavia sono ancora più degni di studio perché hanno fatto sanguinare la storia e continuano a farlo. Negli Stati Uniti si rilevano ancora oggi tracce psichiche della schiavitù nella popolazione afroamericana. Già Freud ha aperto la strada alla comprensione del trauma come esperienza non solo individuale ma anche storicamente sedimentata e culturalmente condivisa. In Totem e tabù e L’uomo Mosè e la religione monoteista aveva ipotizzato che eventi traumatici fondativi rimossi, potessero riemergere nel tempo sotto forma di nevrosi collettive ( Luciano De Fiore, Guido Coccoli European Journal of Psychoanalysis ). Il trauma non elaborato può attivarsi retroattivamente, acquistando forza distruttiva nel tempo e rischia di riprodursi attraverso cicli di difesa paranoide, ipervigilanza e persino violenza preventiva. La vittima che si trasforma in carnefice, non è tanto un paradosso psicologico, quanto il sintomo di un trauma irrisolto. La Shoah, divenuta fondamento identitario dello stato di Israele, può generare un contratto narcisistico collettivo, una trasmissione inconscia di mandati psichici non scelti (Renè Kaes 2009) secondo cui l’essere stati vittime diventa un fondamento dell’identità e giustificazione assoluta di ogni forma di difesa; l’dea di uno stato ebraico nasce almeno in parte come compensazione simbolica del trauma ma non lo elabora : lo istituzionalizza. Il trauma diviene una sorta di mandato politico e ideologico. La sofferenza diventa sacrale e il lutto non viene elaborato. Nicolas Abraham e Maria ToroK (1993) parlano di cripta psichica: il trauma non elaborato si deposita nell’inconscio delle generazioni successive come un fantasma che agisce da dentro.

    Non si tratta di sostenere che chi ha subito violenza “sia destinato” a infliggerla ma se il trauma non viene simbolizzato, parlato, pensato, riconosciuto a livello collettivo esso tende a ripetersi, spesso invertendo le posizioni. Il caso israeliano mostra che la storia non sia solo fatta di eventi ma anche di fantasmi, mandati e legami invisibili. Ma il trauma per quanto pervasivo non è un destino. Il contratto narcisistico può essere sciolto attraverso il riconoscimento simbolico, la narrazione condivisa, il lavoro del lutto. In Sud Africa Mandela ha fatto di tutto per elaborare pubblicamente il dolore collettivo. Il nostro secolo peraltro è pieno di dinamiche conflittuali : il Ruanda, la ex Jugoslavia, l’Armenia, il Guatemala, la Cambogia, il conflitto Ucraina- Russia solo per citarne alcuni.

    La sfida oggi è costruire un contesto che permetta di immaginare la rottura della dinamica identitaria fondata sul trauma per costruire una memoria plurale che si faccia carico della complessità delle ferite senza feticizzarle.

    Inoltre il lavoro di memoria da parte dei sopravvissutisi si può trasformare in modo significativo solo nel momento in cui, nello spazio potenziale di recezione da parte del “mondo di quaggiù”, per usare un’espressione di Primo Levi, si creino le condizioni che permettano di assumere la posizione di “testimone del testimone”, secondo la definizione efficace di J.F. Chiantaretto (2004). ‘E dunque un lavoro che ci riguarda tutti.

    “Oggi mentre vado concludendo queste mie note, è il 13 aprile 1995. ‘E giovedì santo…. Lo stesso giorno, esattamente trecentonovantasette anni fa, EnricoIV promulgò l’editto di Nantes; duecentocinquantatre anni fa fu eseguito per la prima volta a Dublino, l’oratorio di Hendel Il Messiah….E sessantaquattro anni fa ebbe luogo il massacro di Amritsar, allorchè il generale Dyer, per dare l’esempio, fece aprire il fuoco su una folla insorta di quindicimila persone” W.G. Sebald Gli anelli di Saturno

    Psicologi per i Popoli sez. Toscana intende promuovere e realizzare un convegno nazionale su tali tematiche, aperto alla Federazione, alla SIPEU, a tutti gli psicologi interessati e anche a tutti gli appartenenti ad altre professioni che si occupino di relazioni d’aiuto (assistenti sociali, educatori, insegnanti ecc.). La data prevista è il 7 marzo 2026. Per ulteriori informazioni contattare l’email patriziaandrea@libero.it

    Patrizia Giorgi

  • Rinascere professionalmente

    Rinascere professionalmente

    Questa è la storia di come si può tornare a lavorare anche dopo oltre 5 anni di assenza dal mondo del lavoro, ottenendo risultati concreti in tempi rapidi, con impegno e strategia.

    Chi mi segue da tempo sa che parlo spesso di come sia possibile “rinascere” anche dopo una delusione lavorativa e di quanto sia importante ascoltarsi e imparare dagli errori.
    Oggi pomeriggio voglio prendermi il tempo per celebrare anche un grande successo.


    𝗩𝗮𝗹𝗲𝗻𝘁𝗶𝗻𝗮 (nome di fantasia) ha fatto un dono bellissimo all’amica 𝗙𝗿𝗮𝗻𝗰𝗲𝘀𝗰𝗮 (altro nome di fantasia), regalandole un percorso con me.

    𝗟𝗮 𝘀𝗶𝘁𝘂𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗙𝗿𝗮𝗻𝗰𝗲𝘀𝗰𝗮:

    – non lavorava da oltre 5 anni
    – laurea in materie giuridiche
    – trasferita da una città estera

    𝗘𝗰𝗰𝗼 𝗶𝗹 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗼𝗿𝘀𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗮𝗯𝗯𝗶𝗮𝗺𝗼 𝘀𝗲𝗴𝘂𝗶𝘁𝗼:

    ✅ Primo incontro online con me: lunedì 21 luglio 2025
    ✅ Inizio ricerca lavoro con invio CV già ottimizzato: 31 luglio 2025
    ✅ Primo colloquio con azienda [screening online]: 12 agosto 2025
    ✅ Secondo colloquio con azienda [in presenza]: 26 agosto 2025
    ✅ Firma contratto: 9 settembre 2025 (con trattativa telefonica)
    ✅ Ultimo incontro online con me: 9 settembre 2025

    𝗘𝗹𝗲𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗽𝗼𝘀𝗶𝘁𝗶𝘃𝗶:

    ➡️ velocità: avevamo tempi stretti, entro il 10 settembre Francesca doveva avere un contratto firmato
    ➡️ dedizione eccezionale, intuito e strategia: sia da parte mia sia di Francesca, che in tempi record ha redatto il proprio bilancio di competenze, un lavoro che ha dato subito i suoi frutti
    ➡️ lavoro di squadra: anche se eravamo in due, quindi eravamo una “coppia” rende l’idea che i successi nascono dall’impegno condiviso di chi lavora insieme al progetto professionale

    𝗖𝗼𝘀𝗮 𝗮𝗯𝗯𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗳𝗮𝘁𝘁𝗼 𝗶𝗻𝘀𝗶𝗲𝗺𝗲:

    01. bilancio di competenze
    02. counseling
    03. ricostruzione professionale
    04. redazione di diverse versioni del CV in italiano e inglese
    05. job scouting
    06. ricerca attiva del lavoro
    07. autocandidature
    08. preparazione ai colloqui
    09. monitoraggio candidature inviate
    10. definizione e contrattazione della RAL
    11. supporto e massima cura delle interazioni tra Francesca e le aziende
    12. consulenza durante l’onboarding e il periodo di prova
    13. reperibilità tramite Whatsapp

    ➡️ Tutto questo si è sviluppato in 6 sessioni di orientamento e counseling (da fine luglio ai primi giorni di settembre).
    ➡️ Inoltre, per concludere il percorso, Francesca potrà utilizzare altre 4 sessioni quando ne avrà bisogno.

    🔆 Vorrei infine spendere alcune parole per Valentina: ancora oggi, se ci penso, il mio cuore si riempie di gioia; vedere tutta questa sorellanza non fa che bene.
    *
    Se ti senti pronta o pronto a ripartire o vuoi scoprire come posso accompagnarti nel tuo percorso, scrivimi. Non sei sola, non sei solo in questo cammino.

  • Scopri i miei Eventi di Settembre e Ottobre a Pisa e on line

    Scopri i miei Eventi di Settembre e Ottobre a Pisa e on line

    Settembre e ottobre 2025 portano con sé un ricco calendario di appuntamenti pensati per favorire il benessere, l’autoconoscenza nonchè la crescita personale e professionale.

    Tra respirazione consapevole, esplorazioni sulle radici familiari, seminario di rebirthing e momenti di orientamento professionale, c’è spazio per ogni ricerca interiore e nuova energia.

    Si inizia già martedi 16 settembre con un webinar gratuito dedicato a chi desidera fare il primo passo verso un cambiamento professionale significativo: “Il Bilancio di Competenze”, un’occasione per capire come valorizzare le proprie capacità e aprirsi a nuove opportunità lavorative. È un evento online facile da seguire, ideale per chi vuole orientarsi in modo consapevole.

    Giovedi 18 e 25 settembre tornano gli incontri “Respiriamo” allo Spazio Cuore di Pisa. Sono Open Day aperti a tutti, per ritrovare calma ed energia grazie a tecniche di respirazione guidata.

    Sabato 20 settembre, al Circolo Arci Balalaika di Pisa, c’è un’occasione speciale per “Parlare di Radici”, un appuntamento per sapere come iniziare la proprio ricerca genealogica, che unisce riflessione e convivialità con un aperitivo incluso, a un costo di partecipazione contenuto.

    Il 25 settembre, subito dopo “Respiriamo“, si terrà il seminario di gruppo “Nascere“, dedicato al rebirthing, una pratica di respirazione profonda che aiuta a risvegliare rinnovata vitalità e consapevolezza.

    Infine, il 2 ottobre, il primo appuntamento”Ikigai & Orientamento”: un evento per scoprire il proprio Ikigai, la ragione profonda che motiva la nostra vita e le scelte, e per orientarsi in modo autentico nel personale e nel professionale.


    Calendario completo degli eventi in ordine cronologico

    • 16 SETTEMBRE h. 16:00
      Il Bilancio di Competenze: Il Primo Passo per Cambiare Lavoro
      Webinar gratuito online
    • 18 SETTEMBRE h. 19:15
      Respiriamo
      Spazio Cuore di Pisa – Open Day con contributo libero
    • 20 SETTEMBRE h. 17:00
      Parliamo di Radici
      Circolo Arci Balalaika di Pisa
      Contributo 10€ incluso aperitivo
    • 25 SETTEMBRE h. 19:15
      Respiriamo
      Spazio Cuore di Pisa – Open Day con contributo libero
    • 25 SETTEMBRE h. 20:00
      Nascere – Seminario di Rebirthing di Gruppo
      Spazio Cuore di Pisa
      Contributo 60€
    • 2 OTTOBRE h. 19:15
      Ikigai & Orientamento
      Spazio Cuore di Pisa – Open Day con contributo libero

    Questi eventi rappresentano un’opportunità per ritrovare equilibrio e chiarezza, per approfondire se stessi e per costruire un percorso di crescita autentico.

    Partecipare significa prendersi cura del proprio benessere psicofisico in un ambiente accogliente e stimolante.

    Se vuoi maggiori informazioni o supporto per scegliere l’evento più adatto, non esitare a contattarmi qui Anna Maria Ricci – Contatti

    Prenotazioni

    welcome@annamariaricci.eu oppure

    +39 351 5991968

    Ti aspetto!

    Anna Maria

  • Il bilancio di competenze, il primo passo per cambiare lavoro con consapevolezza

    Il bilancio di competenze, il primo passo per cambiare lavoro con consapevolezza

    Quando ho dovuto cercare un nuovo lavoro per la prima volta, avevo da poco compiuto 40 anni.

    Il mercato del lavoro e le modalità di ricerca erano cambiate profondamente, ma non ero affatto preparata al menefreghismo di certi professionisti.

    Sentivo spesso frasi come “sei giovane, troverai un lavoro”, e se è vero che a 40 anni si è ancora giovani, la vera difficoltà era la solitudine e soprattutto il non sapere cosa volevo davvero fare.

    Avevo appena terminato la scuola di counseling, e avviare la professione di Counselor non era semplice 15 anni fa.

    Intorno a me, tutti si sentivano in diritto di darmi consigli, spesso non richiesti, e chi aveva già un impiego mi guardava con poca empatia.

    In quel contesto, molti consigli si focalizzavano esclusivamente sulla creazione del curriculum, con suggerimenti più o meno validi sul numero di pagine. Ma la cosa davvero cruciale in quella fase è stata fare un bilancio di competenze serio e profondo.

    Cos’è il bilancio di competenze

    • Il bilancio di competenze è un percorso personalizzato e strutturato che ti aiuta a mettere a fuoco capacità, conoscenze, attitudini e risorse personali, aumentando la consapevolezza per favorire uno sviluppo o un cambiamento professionale consapevole.
    • Non si tratta soltanto di incontri o di un documento, ma di un processo di analisi completo che mappa competenze tecniche e trasversali (soft skills), potenzialità, interessi, valori e tutto ciò che per te è importante nel lavoro.
    • Si parte da un’analisi dello stato attuale, chiamata AS IS (cosa sai già fare), per poi riflettere e definire le tue piste di progetto, assegnando a ciascuna una priorità. Il matching tra ciò che sai fare, ciò che desideri e ciò che cerca il mercato ti aiuta a scegliere dove investire energia e cosa sviluppare concretamente.

    I vantaggi del bilancio di competenze

    • Per le persone: ti permette di acquisire maggiore consapevolezza delle tue capacità e potenzialità, mettere ordine nelle esperienze, definire obiettivi chiari e costruire un progetto professionale realistico. È uno strumento prezioso in momenti di cambiamento, incertezza o dopo una pausa dal lavoro.
    • Per le aziende: il bilancio di competenze aiuta a identificare punti di forza e aree di miglioramento dei dipendenti, pianificare percorsi di formazione personalizzati, sviluppare il potenziale umano, ottimizzare la gestione delle risorse e favorire la motivazione e la produttività. Supporta anche la mobilità interna e la gestione flessibile delle carriere.
    • Per tutti: consente di riflettere sul proprio percorso, valorizzare le competenze acquisite, e prepararsi efficacemente alle sfide del mercato del lavoro in continua evoluzione.

    Scopri di più

    Se vuoi approfondire, ho scritto un post dedicato con 33 motivi per fare un bilancio di competenze coi fiocchi, che ti offrirà tanti spunti per intraprendere questo percorso con entusiasmo e consapevolezza:

    33 motivi per fare un bilancio di competenze coi fiocchi

    1Inoltre, se non hai ancora fatto un bilancio di competenze serio, ti invito a partecipare al mio webinar gratuito il 16 settembre 2025 alle ore 17:00.
    Per prenotarti, inserisci nome, cognome, email e richiedi il link al webinar qui: Anna Maria Ricci – Contatti

  • 33 motivi per fare un bilancio di competenze coi fiocchi

    33 motivi per fare un bilancio di competenze coi fiocchi

    Questo post è un pò per tutte le persone che non sanno cosa sia il bilancio di competenze o non ne hanno mai fatto uno e vogliono sapere a cosa serva. L’ho scritto pensando soprattutto alla generazione X, anche se in realtà ci sono motivazioni anche per la generazione Z e quindi….:

    • se sei confuso/a e incerto sul futuro, se vuoi essere consapevole delle tue risorse, punti di forza e aree di miglioramento
    • se vuoi fare chiarezza, prendere decisioni ponderate in merito al lavoro e non solo…
    • se vuoi riflettere sulla tua “carriera” o come la chiamo io sul tuo percorso professionale, passato e futuro non sai come andare avanti

    La definizione di ASNOR, associazione di categoria a cui sono iscritta con credenziale 1200 oramai dal 2023, è la seguente:

    “Il bilancio di competenze, nell’ambito dell’orientamento professionale, è uno strumento che serve a mappare le proprie conoscenze e abilità.

    L’obiettivo è conoscere sé stessi per imparare a muoversi nel mondo del lavoro, costruendo un proprio progetto formativo e di crescita. Un lavoro complesso ma molto utile, che si concretizza non in un semplice documento ma in un vero modello di analisi.”

    Questi i 33 motivi per cui prendere la decisione di farlo:

    01) come dice la parola stessa, fai un bilancio, quindi “vedi nero su bianco” quali sono le tue risorse, e quali risorse ti occorrono per arrivare al tuo obiettivo

    02) definisci chiaramente il tuo obiettivo professionale

    03) grazie al bilancio ti prendi del tempo per riflettere sulla tua vita

    04) metti in fila desideri, valori, esperienze formative e professionali

    05) fai il punto della situazione sulle tue esperienze

    06) ricostruisci le esperienze formative e professionali

    07) ti guardi da un’ottica sistemica

    08) questo “lavoro” ti può far svoltare la carriera

    09) prendi un impegno con te stesso/a perché lo scrivi nero su bianco

    10) sei seguito/a da una professionista del settore

    11) identifichi e distingui le competenze trasversali (soft skills) e quelle definite tecniche (hard skills)

    12) definisci punti di forza, che magari dai per scontato e aree di miglioramento

    13) grazie al punto 12 hai la consapevolezza della formazione che ti serve, se vuoi appunto migliorare quelle aree (niente è obbligatorio, ma esserne coscienti fa la differenza)

    14) grazie alla “visione sistemica” che acquisisci, aumenta la tua autostima professionale

    15) faciliti il cambiamento

    16) riduci l’ansia del cambiamento perché sei più consapevole del tuo valore professionale

    17) è molto indicato per tutti e tutte, anche per chi desidera fare il passo da dipendente a libero professionista e viceversa!

    18) grazie al bilancio di competenza il tuo curriculum vitae non sarà più lo stesso e ti renderai conto di come poterlo ottimizzare per ogni singola candidatura

    19) scrivi un progetto professionale concreto che poggia basi sicure, le tue…e non di altre persone

    20) ti prepari ai colloqui di selezione, perché nel bilancio di competenze rifletti su tutta la tua vita professionale

    21) diventi consapevole una volta per tutte della tua unicità

    22) valorizzi tutte le tue esperienze: hobby, passioni, volontariato

    23) aumenti la motivazione nei confronti del mondo del lavoro

    24) sviluppi un mindset di apprendimento continuo

    25) avrai un documento di base di 30 pagine, che se compilato correttamente può arrivare anche a 50! (non è un esempio inventato, è successo nella mia esperienza professionale) che rimarrà sempre con te e da cui potrai attingere anche in momenti futuri

    26) impari un “metodo” che puoi replicare anche da solo, una volta terminato il mini-percorso, soprattutto se si usa l’autovalutazione

    27) il beneficio nel farlo è anche che ti innamori nuovamente della tua immagine professionale (anche qui, parlo per cognizione di causa, è successo)

    28) puoi passare da “non valgo niente, non so fare niente” a “caspita non mi ricordavo di avere tutte queste capacità, competenze…”

    29) con il mio metodo puoi arrivare anche a sciogliere nodi e blocchi che ti aprono nuove strade lavorative

    30) previene situazioni di burnout…aiutandoti a riconoscere i fattori di stress magari legati ai tuoi valori più che alla composizione aziendale. Prevenire è meglio che curare

    31) facilita tutte le transizioni lavorative e formative: neoassunti, cambio di lavoro (dall’azienda A all’azienda Y), cambio di mansione, cambio verso la libera professione e viceversa

    32) è utile anche per la pianificazione della fine della tua “carriera” e il pensionamento attivo…

    33) per le aziende: utile per l’outplacement (ma quello fatto bene eh), in caso di fusioni, ristrutturazioni, cambiamento organizzativo interno.

    Per altre informazioni scrivimi qui nei commenti o via email welcome@annamariaricci.eu

    Anna Maria Ricci

  • Welcome!

    Welcome!

    Benvenuta, Benvenuto nel mio spazio online!

    Sono davvero contenta che tu sia qui.

    Credo nelle sincronicità più che nelle coincidenze, e questo sito è nato proprio per accompagnarti in un percorso di crescita personale e professionale, fatto su misura per te, sia che tu stia cercando di migliorare te stessa/o, sia che tu voglia crescere anche nel mondo del lavoro o in azienda.

    Mi chiamo Anna Maria Ricci e sono Counselor Professionista, esperta in crescita personale e professionale, Rebirther, Trainer, Orientatrice Professionale e Scolastica, Facilitatrice di respiro circolare consapevole e Mindfulness. Sono appassionata di genealogia e psicogenealogia.

    Lavoro sia con singole persone che con aziende, aiutandole a sviluppare talenti, migliorare l’ambiente di lavoro e raggiungere nuovi obiettivi.

    Qui troverai consigli pratici, riflessioni ispiratrici e strumenti semplici da mettere in pratica, per superare ostacoli, migliorare la tua autostima, sviluppare nuove competenze, trovare un equilibrio tra lavoro e vita o anche dare una bella spinta alla tua attività professionale o aziendale.

    Ti invito a esplorare i primi contenuti, a partecipare e a iniziare insieme questo viaggio di crescita e scoperta. Sono qui per aiutarti con passione e competenza, in ogni passo del cammino.

    Buona lettura, e se hai voglia commenta qui o scrivimi welcome@annamariaricci.eu

    Anna Maria Ricci

  • L’opportunità giusta può arrivare in ogni momento

    L’opportunità giusta può arrivare in ogni momento

    Molti pensano che agosto sia un mese “morto” per la ricerca di lavoro, ma la mia esperienza mi dice tutt’altro.
    Anzi, 🌞 proprio ad agosto si creano ottime opportunità per chi cerca una nuova posizione lavorativa.

    1️⃣ hai meno concorrenza: In molti si prendono una pausa, ma le aziende continuano a cercare profili da inserire il 1° settembre (sto facendo scouting ogni giorno in questa settimana e ne ho davvero molte prove)

    2️⃣ è probabile che i processi siano più veloci: con i team ridotti, le selezioni sono spesso più snelle e veloci

    3️⃣ non sottovaluti ogni strategia utile: essere attivi quando gli altri sono in vacanza ti fa risaltare agli occhi dei recruiter ed head hunter

    Quando lavoravo come Head Hunter non ho mai smesso di cercare talenti nemmeno nei mesi più caldi. Le aziende con esigenze urgenti portano avanti le selezioni e sono pronte a chiudere le assunzioni prima della ripresa autunnale 🍁.

  • Se mandi CV e nessuno ti chiama

    Se mandi CV e nessuno ti chiama

    Se mandi curriculum e nessuno ti chiama, significa che da qualche parte c’è un “blocco”, una ragione, una causa, o più motivi insieme.

    Ed è proprio questa la parte più importante del lavoro che svolgo con clienti e utenti…comprendere dove si trova…

    Basandomi sulla mia esperienza diretta, condivido alcune delle situazioni più comuni che ho incontrato:

    1️⃣ Il CV non ti rappresenta pienamente, anche se è bello e ben fatto [magari non funziona per candidarti, anche se quella versione può aiutarti a prendere coscienza di alcuni temi]

    2️⃣ Non hai chiaro dove vuoi andare e, soprattutto, perché desideri quel lavoro specifico.

    3️⃣ Sai dove vuoi andare, ma non ti permetti di riconoscerlo, così rimani bloccato.

    4️⃣ Pensi che ciò che vuoi fare sia fuori dalla tua portata, e quindi ti autosaboti.

    5️⃣ Non usi tutte le tecniche di ricerca attiva del lavoro disponibili.

    6️⃣ Usi tecniche di ricerca attiva non aggiornate o poco efficaci.

    7️⃣ Non cerchi alternative creative oltre all’invio del CV.

    8️⃣ Non ti candidi abbastanza per ruoli davvero in linea con il tuo profilo.

    9️⃣ Ti affidi solo all’invio del CV, senza altre strategie, anzi non hai neanche una strategia di ricerca.

    🔟 In realtà vorresti prenderti una pausa, ma non te lo dici.

    Ce ne sono altre, ogni persona ha motivazioni specifiche e personali, e riconoscerle è il primo passo per andare oltre e avanti.

  • Il modo migliore per scoprire se ci si può fidare di qualcuno e dargli fiducia

    Il modo migliore per scoprire se ci si può fidare di qualcuno e dargli fiducia

    Una persona che si è affidata a me per il percorso GOL un giorno mi ha suggerito di scrivere un libro sulle mie esperienze al lavoro.
    Le ho risposto che ci avrei pensato…

    –> Era sfiduciata
    –> Stressata
    –> Arrabbiata
    –> Delusa
    –> Preoccupata

    Cosa ho fatto con lei?

    Quello che faccio con tutte le persone, anche se con ciascuna il mio approccio è diverso [e non lo dico tanto per dire, è davvero così]… cioè:

    – ho creato le condizioni di base affinchè ci fosse nuovamente fiducia nei servizi al lavoro e nel mondo del lavoro in generale 🤝
    – ho realizzato un CV che la rispecchiasse pienamente 📝[senza AI, ma con human touch]
    – ho insegnato come fare una ricerca attiva del lavoro degna d’essere definita tale 🔍
    – ho fatti Job Scouting insieme a lei.
    – ho gioito con lei 🎉

    Chissà, magari un giorno scriverò davvero quel libro.
    Ogni storia merita di essere raccontata, nel modo giusto.